Costruire con mattoni nuovi – una prefazione

Sua Ecc. Rev.ma Mons. Giampaolo Crepaldi

Immagine: La costruzione di Roma. La miniatura è contenuta nello scriptorium noto come Histoire ancienne jusqu’à César (Storia antica fino a Cesare). Si tratta di un manoscritto del XIII secolo conservato presso la Biblioteca Comunale di Digione con la sigla Ms. 562. Fu realizzato a San Giovanni d’Acri, nel Regno di Gerusalemme, intorno al 1260-1270. Public domain

1. Sono profondamente onorato di scrivere una presentazione al volume di don Alberto Frigerio Costruire con mattoni nuovi. Teologia delle realtà sociali. Si tratta di uno strumento prezioso che affronta in maniera organica la questione della collocazione della dottrina sociale della Chiesa nel mondo di oggi (e di domani), aiutando il lettore a operare un autentico discernimento cristiano. La dottrina sociale, infatti, nasce dal discernimento, lo è essa stessa e al discernimento è finalizzata. È una dottrina che nasce dal discernimento in quanto «è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo»[1]. La dottrina sociale si forma nel contesto di una Chiesa che è nel mondo – anche se non è del mondo – per servirlo, ossia di una Chiesa che sempre vuole «conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo»[2]. Questa stessa dottrina è poi un atto di discernimento del Magistero che interpreta le problematiche storico-sociali alla luce del Vangelo per orientare la prassi. Tale dottrina, infine, è funzionale al discernimento: «Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili del Vangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell’insegnamento sociale della Chiesa […] e individuare – con l’assistenza dello Spirito Santo, in comunione con i Vescovi responsabili, e in dialogo con gli altri fratelli cristiani e con tutti gli uomini di buona volontà – le scelte e gli impegni che conviene prendere per operare le trasformazioni sociali, politiche ed economiche che si palesano urgenti e necessarie in molti casi»[3].

L’importanza del discernimento comunitario per la dottrina sociale è attestata dalla definizione che l’enciclica Sollicitudo rei socialis dà della stessa dottrina sociale: «accurata formulazione dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano»[4].

Il discernimento connesso con la dottrina sociale si fonda quindi sull’origine, trascendente e nello stesso tempo storica, di questa stessa dottrina. Nella storia ha fatto incursione la Buona Novella del Verbo incarnato e risorto; perciò, la storia è diventata il teatro della nostra salvezza integrale. La dimensione della verità della dottrina sociale è certamente storica, ma non solo storica. Questa dottrina, infatti, si avvale di una luce che deriva dalla Parola di Dio che non passerà (cfr. 1Cor 7,31; 1Gv 2,17) e dalla verità di Cristo che è «lo stesso, ieri, oggi e sempre» (Eb 13,8). Nel paragrafo 3 della Centesimus annus, Giovanni Paolo II afferma di voler «rileggere» la Rerum novarum «guardando indietro», «guardando attorno» e «guardando al futuro». Questa prospettiva – ben presente nel volume di don Alberto Frigerio – assume il significato di un aggiornamento della Tradizione per renderla feconda anche domani. I tre momenti temporali – ieri, oggi e domani – indicano il cambiamento e, allo stesso tempo, il permanere della medesima verità. Chiedersi quale sia il posto della dottrina sociale della Chiesa nel mondo di oggi e in quello di domani, ha un senso appropriato solo se si colloca in questo contesto teologico.

2. Il volume si sofferma opportunamente sulladimensione interdisciplinare della dottrina sociale. Mediante la sua dottrina sociale la Chiesa «proclama la verità su Cristo, su sé stessa e sull’uomo, applicandola a una situazione concreta»[5]: è dunque evidente che la dottrina sociale deve sviluppare sempre di più la sua dimensione interdisciplinare, ben sottolineata nellaCentesimus annus: «La dottrina sociale … ha un’importante dimensione interdisciplinare. Per incarnare meglio in contesti sociali, economici e politici diversi e continuamente cangianti l’unica verità sull’uomo, tale dottrina entra in dialogo con le varie discipline che si occupano dell’uomo, ne integra in sé gli apporti e le aiuta ad aprirsi verso un orizzonte più ampio al servizio della singola persona conosciuta ed amata nella pienezza della sua vocazione»[6].

L’autore riflette sull’importanza dei rapporti interdisciplinari intrattenuti dalla dottrina sociale e su come questa connotazione interdisciplinare diventi fondamentale proprio per il carattere specifico della dottrina sociale. L’interdisciplinarità non è un sovrappiù, ma una dimensione intrinseca della dottrina sociale, perché strettamente collegata con la finalità di incarnare l’eterna verità del Vangelo nelle problematiche storiche che l’umanità deve affrontare. Non a caso, nello stesso paragrafo 59 della Centesimus annus, il grande Papa San Giovanni Paolo II parla di «incarnazione». La verità del Vangelo deve incontrarsi con i saperi elaborati dall’uomo, perché la fede non è estranea alla ragione; i frutti storici della giustizia e della pace maturano quando la luce evangelica filtra e passa «dentro» le pieghe delle culture, nel rispetto delle autonomie reciproche, ma anche delle connessioni analogiche, tra fede e saperi.

La dottrina sociale riesce a svolgere il suo compito di stimolare una nuova progettualità sociale, economica e politica capace di porre al centro la persona umana in tutte le sue dimensioni, quando il dialogo con le varie discipline del sapere diventa intimo e fecondo. Se così non è si rischiano derive di tipo integralistico, oppure la riduzione della dottrina della Chiesa a «serbatoio» di indicazioni da applicare alla realtà senza mediazioni, ossia in modo inefficace o anche indebito, senza tener conto della verità dell’uomo nella storia, accanto e insieme a quella trascendente del Vangelo.

Affinché la dottrina sociale della Chiesa riesca ad «ordinare» le varie discipline verso una progettualità culturale, sociale e politica a servizio del bene comune e di ogni singola persona, si impone il rispetto delle competenze e di tutti i legittimi livelli di mediazione. Quando ciò non avviene, si dà spazio al moralismo e al pragmatismo. Il primo consiste nel voler applicare dall’esterno la patina di moralità a quella o a questa ricetta sociale. Il pragmatismo consiste invece nell’illudersi di poter stabilire dei percorsi operativi immuni da considerazioni morali. Quando dalla dottrina sociale si pretende di dedurre astratte indicazioni moraleggianti, che magari cozzano contro la razionalità delle scienze, si ha moralismo; quando le scienze pretendono di trovare soluzioni puramente tecniche allo sviluppo umano e alla giustizia, fuori dal Vangelo, si ha pragmatismo. Quando, invece, esiste un dialogo profondo e continuo tra la dottrina sociale e le varie discipline si fa vera progettualità a servizio dell’uomo. Affinché ciò accada, gli studiosi di dottrina sociale si devono aprire alle scienze e il dialogo tra studiosi si deve intensificare: l’autoreferenzialità, purtroppo consueta tra i cultori delle varie discipline, deve essere vinta e superata.

È qui appena il caso di notare come l’interdisciplinarità teologicamente orientata proposta nel volume è in grado di rispondere a due esigenze fortemente sentite dalla cultura di oggi: la cultura attuale rifiuta qualsiasi sistema «chiuso», ma nello stesso tempo è in cerca di ragioni. La dottrina sociale non è «un sistema chiuso»[7]. Non lo è per due motivi: perché è storica, ossia «si sviluppa in funzione delle circostanze mutevoli della storia»[8]; e perché trae origine dal messaggio evangelico[9], che è trascendente e proprio per questa ragione è la principale «fonte di rinnovamento» della storia[10]. La dimensione interdisciplinare permette di orientare senza essere un sistema e di non essere un sistema senza disorientare.

3. Il volume affronta anche il tema complesso delladimensione interreligiosa della dottrina sociale.La riflessività, infatti, di cui l’epoca contemporanea mostra molti aspetti positivi, si trova però a dover fare i conti con l’indifferenza. In un certo senso è proprio l’indifferenza a richiedere la riflessività, ma, nello stesso tempo, la stessa indifferenza la impedisce. Si tratta di una delle contraddizioni più laceranti dell’epoca contemporanea. La pretesa di aver eliminato i fondamenti «forti» ha fatto emergere la necessità di una consapevolezza personale maggiore, ma tale presa di coscienza è resa difficile proprio dal clima di indifferenza rispetto ai fondamenti, eliminati tutti come ideologici.

A livello sociale, gli aspetti più importanti della diffusa indifferenza sono la separazione tra etica e politica e la convinzione che le questioni etiche non possano aspirare ad uno statuto pubblico, non possano costituire l’oggetto di un dibattito razionale e politico in quanto sarebbero espressioni di scelte individuali addirittura private. La separazione tra etica e politica, per estensione, tende a riguardare anche i rapporti tra politica e religione, relegata ad affare privato.

Non c’è dubbio, tuttavia, che anche simili posizioni di indifferenza e di «neutralità» a livello politico conoscano oggi una profonda crisi: basti constatare il significativo riconoscimento ottenuto dalle religioni in relazione al loro ruolo pubblico. Il quadro, tuttavia, è complesso ed ambiguo: alcune confessioni religiose si muovono ancora sul terreno di un certo privatismo, mentre altre pretendono un ruolo pubblico immediato, sconfinando nel fondamentalismo. La situazione è comunque sensibilmente cambiata rispetto a qualche decennio fa, quando l’ostracismo nei confronti delle religioni da parte della sfera pubblica era assai diffuso.

Su questo terreno la dottrina sociale ha oggi e nel prossimo futuro un impegnativo compito da svolgere, un compito meglio perseguibile se viene intrapreso in dialogo con le religioni cristiane e anche con quelle non cristiane. L’interreligiosità, alla pari della interdisciplinarità, sarà uno dei percorsi di valore strategico decisivo nel futuro della dottrina sociale e per il bene dell’umanità.

Guardando con lo sguardo della sapienza cristiana gli avvenimenti caratterizzanti l’attualità storica, si possono individuare almeno due ambiti di prioritaria importanza per il dialogo interreligioso sulle tematiche sociali. Il primo è dato dai formidabili flussi migratori che investono l’umanità intera. San Giovanni Paolo II ha sottolineato come l’«intrecciarsi di fenomeni migratori che caratterizza la nostra epoca, moltiplica le occasioni per il dialogo interreligioso»[11] e ribadisce che tale dialogo «può tradursi anche in una efficace collaborazione per obiettivi condivisi al servizio del bene comune»[12], ossia per progetti di intervento economico, sociale e politico. Dato che «per dialogare in modo autentico con gli altri è indispensabile una chiara testimonianza della propria fede»[13], i cristiani si impegneranno sul terreno degli obiettivi sociali con la specificità costituita dalla dottrina sociale. Questa, allora, è fonte di dialogo e, nello stesso tempo, è guida ed orientamento al dialogo interreligioso. Il secondo ambito è costituito dal tema della pace e dei diritti umani. Non è nemmeno il caso che vengano qui richiamate le molteplici accorate sollecitazioni anche dell’attuale Pontefice Leone XIV su questo tema, con i pressanti richiami ad una collaborazione delle religioni mondiali per la pace, nello «spirito di Assisi». A questo riguardo, basti qui il riferimento al Messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace del 2002, là dove San Giovanni Paolo II scriveva: «Le confessioni cristiane e le grandi religioni dell’umanità devono collaborare tra loro per eliminare le cause sociali e culturali del terrorismo, insegnando la grandezza e la dignità della persona e diffondendo una maggiore consapevolezza dell’unità del genere umano. Si tratta di un preciso campo del dialogo e della collaborazione ecumenica ed interreligiosa, per un urgente servizio delle religioni alla pace tra i popoli»[14].

Il terreno dei diritti umani, della pace, della giustizia sociale ed economica, dello sviluppo, nel prossimo futuro, sarà sempre di più al centro del dialogo interreligioso, al quale i cattolici dovranno partecipare con la loro dottrina sociale, intesa come «corpus dottrinale» che stimola, ma è anche alimentato dall’«operosità feconda di milioni e milioni di uomini, che… si sono sforzati di ispirarsi ad esso in ordine al proprio impegno nel mondo»[15]: gli ospedali, le scuole e le opere sociali testimoniano in modo pratico i valori del Vangelo, diventando luoghi e occasioni per un dialogo di vita tra i seguaci delle varie religioni impegnati ad edificare una società più giusta e fraterna[16]. Nell’enciclica Centesimus annus, San Giovanni Paolo II ribadiva con chiarezza: «Per la Chiesa il messaggio sociale del Vangelo non deve essere considerato una teoria, ma prima di tutto un fondamento e una motivazione per l’azione. […] Oggi più che mai la Chiesa è cosciente che il suo messaggio sociale troverà credibilità nella testimonianza delle opere, prima che nella sua coerenza e logica interna»[17].

4. Il terzo aspetto che va colto nel volume di don Frigerio è lad imensione inter-pastorale della dottrina sociale. Il futuro della dottrina sociale della Chiesa nel mondo di oggi (e di domani) dipenderà soprattutto da questo elemento, più importante degli stessi due sopra ricordati – l’interdisciplinarità e l’interreligiosità –, perché fondamento di entrambi. Ci si riferisce alla necessità di una continua ricomprensione del radicamento della dottrina sociale nella missione propria della Chiesa; di come questa dottrina nasca dalla Parola di Dio e dalla fede viva della Chiesa; di come essa sia espressione del servizio della Chiesa al mondo, nel quale la salvezza di Cristo va annunciata con le parole e con le opere e, dunque, di come questa dottrina sia connessa con tutti gli aspetti della vita e dell’azione della Chiesa: sacramenti, liturgia, catechesi, pastorale. Quando, in qualsiasi modo, si perde la coscienza viva di questa «appartenenza» della dottrina sociale alla missione della Chiesa, la capacità stessa della dottrina sociale di esprimere pienamente sé stessa e la possibilità di una corretta impostazione sia dei rapporti interdisciplinari sia di quelli interreligiosi si indeboliscono; si finisce così per dar vita a varie forme di ambiguità o comunque di parzialità. Per dialogare in modo autentico con gli altri è indispensabile una chiara testimonianza della propria fede[18]. La dottrina sociale, che «fa parte essenziale del messaggio cristiano»[19], deve essere conosciuta, diffusa e testimoniata.

A questo proposito torna alla mente la famosa espressione: «la dottrina sociale cristiana è parte integrante della concezione cristiana della vita»[20], con la quale San Giovanni XXIII, nell’enciclica Mater et magistra, apriva la strada, già molti anni fa, alle successive importanti e approfondite puntualizzazioni di San Giovanni Paolo II: «L’insegnamento e la diffusione della dottrina sociale della Chiesa fanno parte della missione evangelizzatrice della Chiesa»[21]; «strumento di evangelizzazione», la dottrina sociale «annuncia Dio e il mistero di salvezza in Cristo ad ogni uomo»[22].

Essa potrà svolgere tanto meglio il suo servizio all’uomo dentro le maglie della società e dell’economia quanto meno sarà ridotta a discorso sociologico o politologico, ad esortazione moraleggiante, a «scienza del buon vivere»[23] o a semplice «etica per le situazioni difficili» e quanto più invece sarà conosciuta, insegnata, vissuta ed incarnata in tutta la pienezza del suo «vitale collegamento col Vangelo del Signore»[24].

L’espressione «inter-pastoralità» intende indicare la dimensione in cui si deve collocare l’intera comunità ecclesiale per prendere coscienza di essere essa stessa, in tutta l’articolazione dei suoi carismi e nell’unità organica della sua vita, il soggetto adeguato della dottrina sociale. La pastorale può essere intesa come un aspetto della vita della Chiesa, ma deve essere anche compresa come espressione dell’unità e della complessità dell’intera vita e azione della Chiesa nel mondo. In questa prospettiva, la dottrina sociale, compresa in tutta la sua portata di strumento di evangelizzazione, non è appannaggio di qualcuno nella Chiesa ed è molto di più di una silloge di insegnamenti da utilizzare nelle varie occasioni e circostanze. L’esame di coscienza «serio»[25] che San Giovanni Paolo II raccomandava su questo punto nella Lettera apostolica Tertio millennio adveniente non ha perso la propria attualità: il «versante etico-sociale si impone come dimensione imprescindibile della testimonianza cristiana»[26].

5. Concludendo queste riflessioni sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo di oggi e di domani di fronte alle nuove esigenze dell’evangelizzazione, sollecitate dal prezioso volume di don Alberto Frigerio, va sottolineata una duplice dimensione della presenza dei cristiani nella società, una duplice ispirazione che proviene dalla dottrina sociale stessa e che sempre più in futuro richiederà di essere vissuta in sintesi complementare. Il riferimento è all’esigenza della testimonianza personale, da una parte e, dall’altra, all’esigenza di una nuova progettualità per un autentico umanesimo che coinvolga le strutture sociali. Le due dimensioni, quella personale e quella sociale, non vanno mai disgiunte. La dottrina sociale dovrà far maturare personalità credenti autentiche e ispirarle ad essere testimoni credibili, capaci di modificare i meccanismi della società attuale col pensiero e con l’azione.

Inoltre, non va mai dimenticato che al cuore della dottrina sociale sta l’uomo concreto; «l’uomo nella sua concreta realtà di peccatore e di giusto»[27]. Il fatto che questa dottrina sia «al servizio della singola persona»[28], e non dell’uomo in astratto, sta ad indicare non solo il destinatario finale della sollecitudine della Chiesa, ma anche il soggetto di questa sollecitudine, e un metodo, nel senso etimologico della parola, dato che «l’uomo è la via della Chiesa»[29], come si legge nell’enciclica Redemptor hominis e, non a caso, nel titolo dell’intero capitolo VI della Centesimus annus. Chi deve servire l’uomo concreto se non un altro uomo concreto? Che la vera risorsa sia l’uomo, come afferma la Centesimus annus[30], significa anche che la vera risorsa a servizio dell’uomo è l’uomo stesso. Ciò spiega la necessità dei testimoni, dei martiri e dei santi anche nel campo sociale. La testimonianza personale, frutto di una vita cristiana «adulta», profonda e matura, pertanto, non può non cimentarsi anche con la costruzione di una nuova civiltà, in dialogo con le discipline del sapere umano, in dialogo con le altre religioni e con tutti gli uomini di buona volontà. Per questo motivo, auguro ampia e fortunata diffusione al volume di don Alberto Frigerio che ci sollecita a costruire con mattoni nuovi.

[1] Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, n. 4.

[2] Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, n. 4.

[3] Paolo VI, Lettera apostolica Octogesima adveniens, 14 maggio 1971, n. 4.

[4] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Sollicitudo rei socialis, 30 dicembre 1987, n. 41.

[5] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Sollicitudo rei socialis, n. 41.

[6] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Centesimus annus, 1 maggio 1991, n. 59.

[7] Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Libertatis conscientia, 22 marzo 1986, n. 72.

[8] Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Libertatis conscientia, n. 72.

[9] Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Libertatis conscientia, n. 72.

[10] Paolo VI, Lettera apostolica Octogesima adveniens, n. 42.

[11] Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 19 ottobre 2001.

[12] Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato.

[13] Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato.

[14] Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2002.

[15] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Centesimus annus, n. 3.

[16] Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris missio, 7 dicembre 1960, nn. 57-58.

[17] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Centesimus annus, n. 57.

[18] Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris missio, nn. 55-57.

[19] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Centesimus annus, n. 5.

[20] Giovanni XXIII, Lettera enciclica Mater et magistra, 15 maggio 1961, n. 206.

[21] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Sollicitudo rei socialis, n. 41.

[22] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Centesimus annus, n. 54.

[23] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris missio, n. 11.

[24] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Sollicitudo rei socialis, n. 3.

[25] Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Tertio millennio adveniente, 10 novembre 1994, n. 36.

[26] Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Novo millennio ineunte, 6 gennaio 2001, n. 52.

[27] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Centesimus annus, n. 53.

[28] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Centesimus annus, n. 59.

[29] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptor hominis, 4 marzo 1979, n. 14.

[30] Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Centesimus annus, n. 33.

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Sua Ecc. Rev.ma Mons. Giampaolo Crepaldi

L'arcivescovo mons. Giampaolo Crepaldi è Vescovo emerito di Trieste.

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