Immagine: Salvatore Postiglione, Dante e Beatrice (1906).
Conferenza tenuta all’Università La Sapienza, Roma, il 4 febbraio 2026
Il titolo dell’intervento L’amore umano invita a sostare su un’esperienza umana basilare, che, come vedremo, risulta oggigiorno piuttosto compromessa. Motivo per cui avvertiamo l’urgenza di reimparare ad amare, nella convinzione che «non c’è davvero nulla di più arduo che amarsi. È un lavoro, un lavoro a giornata»[1]. Ho suddiviso il mio testo in tre momenti, preposti a profilare la fisionomia dell’amore umano, la componente di sacrificio inclusa nella vicenda amorosa e la prospettiva trascendente dell’esperienza erotica.
1. La lente del sentimento
Nella tragedia Romeo e Giulietta va in scena il dialogo tra Romeo, un attimo prima disperato per l’amore non corrisposto da Rosalina un attimo dopo euforico per l’incontro con Giulietta, e Frate Lorenzo, che, a fronte del mutare degli eventi, esclama: «Che cambiamento è questo! Hai già dimenticato Rosalina, che dicevi di amare così teneramente? Allora l’amore dei giovani non si trova nel cuore, ma solo negli occhi»[2]. È questa la visione corrente delle relazioni amorose, valutate in base all’intensità emotiva, come prescrive l’ermeneutica romantica dell’amour-passion. Sovente l’amore è poi ulteriormente declassato a pulsione da assecondare edonisticamente e valutato in base all’appagamento libidico, come prescrive l’ermeneutica naturalistica dell’amore ideata dalla rivoluzione sessuale.
Invero, romanticismo e rivoluzione sessuale avanzarono la giusta richiesta di rimuovere la censura degli affetti e l’inibizione degli istinti di matrice puritana, vigenti nella società patriarcale borghese, segnalando il rilievo delle pulsioni e dei sentimenti nella vicenda amorosa: la pulsione attesta l’indigenza del soggetto e lo orienta all’altro, il sentimento documenta l’origine attrattiva della relazione. La valorizzazione delle pulsioni e dei sentimenti avvenne però a scapito della sfera volitiva e razionale, da cui furono affrancati.
Il propagarsi della concezione naturalistica e romantica dell’amore traspare dal diffondersi di un certo sperimentalismo, connotato da modelli di vita transitori. Si pensi ai rapporti occasionali e alla promiscuità sessuale, assai diffusi tra giovani e giovanissimi, in cui l’incontro sessuale è praticato nella ricerca egocentrica e momentanea di piacere, secondo la predetta visione pulsionale. Si pensi alla preferenza sovente accordata alla convivenza rispetto al matrimonio, che incarna la volontà di stare con l’altro finché ci si sente, secondo la predetta visione romantica. Søren Kierkegaard in Aut-Aut rileva il transito dall’ideale di vita etica, incarnato dall’amore matrimoniale, di chi s’impegna in un compito a cui decide di restare fedele, all’ideale di vita estetica, incarnato dall’amore erotico, di chi rifiuta ogni vincolo e cerca l’attimo della propria momentanea realizzazione.
L’attitudine sperimentalistica lascia però inevaso e disattende l’anelito costitutivo dell’animo umano all’amore totale. Lo comprova l’innamoramento, connotato dall’impeto alla definitività, secondo le parole di Riccardo Bacchelli: «Il trasporto d’amore non può accontentarsi di un “facciamo un esperimento”, ma vuole essere “per sempre”»[3]. La propensione a tessere legami affettivi duraturi è poi richiamata da Jack Kerouac. Nel romanzo On the Road, manifesto della Beat Generation in cui pure si celebra la liberazione da ogni forma di legame, asserisce nostalgico il protagonista: «Voglio sposarmi, voglio sposare una ragazza con cui riposare l’anima e invecchiare dolcemente. Non si può andare avanti sempre così, con questa frenesia, questo correre avanti e indietro. Dobbiamo andare da qualche parte, trovare qualcosa»[4].
Si pone così l’esigenza di imparare ad amare, integrando la dimensione senziente con quella volitiva e razionale. È quanto evoca l’immagine giussaniana della lente del cannocchiale, che va messa a fuoco per avvicinare l’oggetto e sostenere la ragione nell’atto conoscitivo[5]. La dimensione senziente non va squalificata, si deve però transitare dall’amore affettivo, in cui al centro c’è l’io, che cerca l’altro narcisisticamente per il piacere che produce in sé, all’amore effettivo, in cui si sceglie di amare l’altro per l’altro, che è voluto in quanto si riconosce e custodisce il valore supremo di cui è portatore. È quanto insegna l’ermeneutica personalista dell’amore umano, tipica della tradizione cristiana. Tommaso d’Aquino insegna che l’amore è una forza unitiva e aggregativa[6] che spinge all’unione (una caro) con la persona amata, mentre amare tende alla persona amata e al bene della persona amata[7]. Motivo per cui il dinamismo d’amore, ha avvio dalla pulsione e dal sentimento che si prova per l’altro ma è chiamato a trasformarsi nell’amicizia, il cui tratto specifico è la benevolenza, che consiste nel volere il bene dell’altro. La verità dell’amore (veritas amoris) consiste insomma nel volere l’altro come bene per sé ma anche ciò che costituisce il bene per l’altro. Motivo per cui l’orizzonte dell’amore muove tra due poli: è dischiuso dall’attrazione e simpatia che si prova per l’altro (primo polo); trova compimento nel coinvolgimento di tutto sé stessi per e con l’altro e nell’operare il bene dell’altro (secondo polo).
Per concludere questo primo punto, intendo richiamare le parole di Benedetto XVI, che compendiano quanto detto: «L’amore non è soltanto sentimento. I sentimenti vanno e vengono. Il sentimento può essere una meravigliosa scintilla iniziale, ma non è la totalità dell’amore […] È proprio della maturità dell’amore coinvolgere tutte le potenzialità dell’uomo ed includere, per così dire, l’uomo nella sua interezza. L’incontro con le manifestazioni visibili dell’amore di Dio può suscitare in noi il sentimento della gioia, che nasce dall’esperienza dell’essere amati. Ma tale incontro chiama in causa anche la nostra volontà e il nostro intelletto»[8].
2. La necessità del sacrificio
Per cogliere il posto del sacrificio nella vicenda amorosa, è utile chiarire che il sacrificio costituisce la condizione per accedere alla verità, che è altra da noi e chiede accoglienza. L’accesso alla verità implica così la necessità di uscire dalla propria misura immediata per fare spazio e aderire ad altro. Luigi Giussani parla di «strana necessità del sacrificio»[9], che è inevitabile per ovviare alla prigionia dell’istinto e colmare la sproporzione tra la reazione fisica, psicologica e morale con l’ideale. Paul Claudel insegna che «la gioia sola è madre del sacrificio»[10], come comprova l’esperienza: per godere del panorama di montagna è richiesta la fatica del cammino, per apprezzare il fiore ci si deve curvare. Così è nella vicenda affettiva, in cui per amare l’altro è necessario mortificare l’istinto del prendere e auspicare che il destino dell’altro si realizzi: desiderare l’altro (eros) nel dono di sé (agape), affinché l’altro incontri il Destino della vita.
Come previamente segnalato, oggigiorno la relazione amorosa è spesso ridotta al sentimento provato, in conformità all’odierno «culto delle emozioni»[11], formula che indica la ricerca della realizzazione personale nell’attuazione del proprio potenziale emozionale. Questo lascia la relazione in balia del sentire, che può anche divenire distruttivo. Si pensi ai grandi romanzi romantici I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang von Goethe, Madame Bovary di Gustave Flaubert e Anna Karenina di Lev Tolstoj, in cui l’amore/passione è dirompente e porta al suicidio dei protagonisti. Nella mitologia classica si trova un testo che documenta una siffatta visione dell’amore inteso come sentimento accecante e travolgente. Si tratta dell’incontro tra Medea e Giasone, che descrive i mutamenti prodotti dall’innamoramento: «Uscirono dalla stanza e fra tutti splendeva il figlio di Esone per la bellezza e la grazia; e addosso a lui la fanciulla fissava lo sguardo obliquo, scostando lo splendido velo e distruggendosi il cuore di pena […] nel suo animo si agitavano tutti gli impulsi d’amore […] le sembrò che simile a lui non ci fosse nessun altro uomo; le tornavano sempre alle orecchie la voce e le dolci parole che aveva sentite. Tremava per lui […] e già lo piangeva»[12]. La vicenda ebbe un epilogo tragico: Medea fu ripudiata e decise di vendicarsi sopprimendo i figli avuti dalla relazione con Giasone, incarnando il lato oscuro del materno: la tentazione possessivo-distruttiva, in cui la cura e accoglienza si capovolgono in potere e appropriazione.
La relazione amorosa è poi sovente ridotta al piacere da carpire avidamente, come rileva Charles Baudelaire: «Noi al volo rubiamo un piacere clandestino e lo spremiamo con forza»[13]. Fuori della comunione di vita il piacere lascia però inappagati, come intuì Alberto Moravia, che pure promosse la rivoluzione sessuale. Nel romanzo La noia narra l’affaire sentimentale tra il pittore Dino e la giovane Cecilia, che si concede sessualmente ma non intimamente, ingenerando un profondo senso d’insoddisfazione e noia[14]. Il libro evidenzia l’inconsistenza della visione edonista, che fa del piacere il tutto della relazione, senza cogliere che la relazione è ricerca dell’altro e che il piacere è vissuto in modo umano quando è frutto del rapporto personale con l’altro.
L’insufficienza dell’edonismo, che riduce il rapporto a piacere da consumare compulsivamente, traspare da un racconto di Andreï Makine, che narra di due giovani, che si conoscono in una località turistica e per tre settimane ricercano la moltiplicazione del piacere, restando però tristemente inappagati, al modo delle falene che volano vorticosamente verso la sorgente di luce e calore, da cui infine vengono consumate:
“Le falene si gettavano su qualsiasi fonte di luce, andavano a sbatterci contro, si bruciavano, cadevano sfinite, riprendevano le forze, si precipitavano di nuovo verso l’incandescenza. Davanti alla loro assurda testardaggine, c’era da immaginarsi un eros sublime la cui intensità rendeva irrisorio il rischio di morire. Quell’anno, durante il mese d’agosto, vedevamo nugoli d’insetti kamikaze crivellare, ogni sera, le lanterne dei ristoranti e i lampioni. E folle di vacanzieri che, con analoga ostinazione, cercavano il calore di un abbraccio, lo stordimento di una relazione. La consapevolezza di farne parte suscitava in noi una sensazione ambigua: la gioia di appartenere a una tribù abbronzata, festante, avida d’amore, e nello stesso tempo la delusione di essere solo una giovane coppia in più, un rapporto estivo, effimero, febbrile fra tanti in quella stazione balneare. L’impressione sgradevole di comportarsi come gli altri era accresciuta dalla dipendenza dal piacere, uguale a quella provocata dalle droghe. Dovevamo aumentare le dosi, intensificare la frequenza dei nostri giochi amorosi. E i nostri corpi si rincorrevano, stremati, come quelli delle farfalle notturne ubriache di luce. Ecco allora quella constatazione, che tutte le notti ci feriva per la sua banale e sferzante verità: il piacere non mira che a sé stesso, essendo una meravigliosa finalità in quanto tale […] Un inebriante ciclo senza sbocchi […] Il nostro rapporto non portava all’amore»[15].
Per aiutarci a comprendere in termini propositivi come vivere costruttivamente l’avventura amorosa, intendo raccontarvi un episodio accaduto diversi anni fa. Da seminarista mi stavo recando in Duomo per le celebrazioni pasquali. Quando giunsi nei pressi della cattedrale vidi adolescenti e giovani affollare le strade, discinti e lascivi. Con la coda dell’occhio scorsi una madre che teneva per mano una figlia affetta da Sindrome di Down e subito pensai: se tra quelle coppie di ragazzi e ragazze non si introduce una punta della gratuità che c’è nell’amore di quella madre per sua figlia, i loro rapporti sono destinati a sgretolarsi. Questo è l’amore vero, che Luigi Giussani chiama «verginità: un possesso con un distacco dentro»[16], che non strumentalizza né soverchia l’altro, si pone invece al servizio dell’altro, come insegna lo Scrittore Ecclesiastico Tertulliano, che si rivolge alla moglie con queste parole: «Dilectisssima mihi in Domino conserva»[17].
La verginità è un distacco che non genera estraneità ma possesso reale, come chiarisce un esempio fatto dallo stesso Luigi Giussani:
«Per conoscere occorre un distacco, è questo distacco che permette di vedere le cose e permette quindi di usarle […] Quel distacco permette di usare le cose, ma soprattutto di goder di più, di goderne di più […] Per conoscere un quadro non dobbiamo andar lì con l’occhio a un millimetro. Allora diremmo: “Che macchie che ci sono qui!” e spostandoci: “Che macchia!”. In un giorno e mezzo, rompendoti la schiena, lo fai passare tutto, ma: macchia più macchia più macchia più macchia […] son tutte macchie quelle che hai visto, non lo puoi godere. Se uno ti viene lì a prendere per il collo e ti strappa indietro di un metro: ah, il quadro lo si vede! Senza questo distacco non si conosce, e perciò non si può usare, né si può godere»[18].
Per concludere questo primo punto, intendo richiamare un brano di Milosz, tratto dalla pièce de théâtre dedicata a Miguel Manara, figura del don Giovanni, che dopo una vita dissoluta, inizia a provare riluttanza, finché non s’imbatte in Girolama e se ne innamora. A Miguel, colpito dal fatto che la ragazza ami i fiori e tuttavia non li usi per adornarsi i capelli, Girolama risponde: «Non colgo mai i fiori. Si può benissimo amare, in questo mondo in cui siamo, senza avere subito voglia di uccidere il proprio caro amore, o di imprigionarlo tra i vetri, oppure (come si fa con gli uccelli) in una gabbia in cui l’acqua non ha più sapore d’acqua e i semi d’estate non hanno più sapore di semi»[19].
3. L’amore e le stelle
Amare implica un sacrificio, una distanza, che sola rende possibile l’amore, in quanto amare significa lasciare che l’altro sia. La distanza è il luogo dell’amore vero, che è tale quando non tiene la persona stretta a sé ma desidera per lei e insieme a lei si protende alla scoperta del senso delle cose. È quanto evoca Gilbert Keith Chesterton: «Avvicinati all’uomo che guarda fuori dalla finestra e cerca di capire il mondo, allontanati dall’uomo che guarda dentro casa e pretende di capire te»[20]. La questione decisiva del rapporto uomo-donna, da appurare nel fidanzamento, è se aiuta a condurre la vita con intelligenza e passione, abitando costruttivamente la realtà: famiglia, amicizie, studio, lavoro, società.
La coppia è generativa se i due crescono nella stima reciproca, inoltrandosi insieme alla scoperta del senso delle cose e concependosi come compagni verso l’Altro. Lo suggerisce Manzoni ne I promessi sposi, laddove Padre Cristoforo dice a Renzo:
«Ricordati figliolo che se la Chiesa ti rende questa compagna non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre»[21].
Il riconoscimento dell’altro come compagno di viaggio verso Dio consente di amare con verità, concependolo in relazione al tutto, come insegna un episodio narrato da Luigi Giussani:
«Io esco ardentemente dal cortile della parrocchia, con la mia tonaca – allora si usava portare la tonaca, quarant’anni fa – e, siccome andavo veloce, la tonaca scricchiolava, avvertiva quelli che erano vicini che stavo arrivando. Infatti due innamorati abbracciati, appoggiati al muro, con un colpo di pancia si separano velocemente. Allora io freno, mi volto indietro e dico: “Ma scusate, se non stavate facendo niente di cattivo, dovevate continuare!” Io stavo rigirandomi per andare via, ero ancora sul piede che stava girando, e mi è venuta l’idea più bella della mia vita. Era una serata d’estate, piena di stelle, non c’era la luna e, quindi, il cielo di stelle era dominato dalla luce della Via Lattea, che ti ferisce il cuore come nessun’altra luce clamorosa. Mi giro verso di loro, mentre stavano già riabbracciandosi, poveretti, e dico: “Scusatemi un momento: ma quello che state facendo cosa c’entra con le stelle?”. Avevo scoperto cos’è la moralità, cos’è il valore dell’azione più piccola […] compiere il gesto in funzione della totalità»[22].
Il fatto narrato aiuta a comprendere che la realtà è trattata con verità se è trattata secondo lo scopo per cui è fatta (se saltassi sul lettino di mio nipote usandolo come un trampolino, lo distruggerei). Si tratta di superare la pretesa che l’altro, limitato e finito, saturi il proprio bisogno, illimitato e infinito, aprendosi insieme a Colui che sorregge la vita e sostiene la coppia.
La presenza di Dio accade in maniera singolare nella vita della comunità cristiana, in cui è sempre possibile rinvenire esempi di uomini e donne da cui apprendere l’amore vero, capace di oblatività e perdono, correzione e riconciliazione, come segnala Benedetto XVI: «Dobbiamo cercare un amore definitivo, e qui è importante anche che l’io non sia isolato, l’io e il tu, ma che sia coinvolta anche la comunità, la Chiesa, gli amici»[23]. Questo è certamente vero nel tempo della giovinezza e del fidanzamento ma è altresì vero per i coniugi, in quanto la vita della comunità è ambito in cui la grazia del sacramento del matrimonio educa e abilita gli sposi ad amarsi con gratuità e fedeltà al modo con cui Lui ha amato e ama la Chiesa (Ef 5,31-32).
Nella partecipazione alla comunità dei credenti si dischiude l’amore totale, che sorge con passione e si realizza nella compassione, secondo le parole che l’anziano Anna Vercors rivolge alla moglie Elisabetta nella pièce teatrale L’annuncio a Maria di Paul Claudel:
«O donna! Ecco che è passato da che ci siam sposati con l’anello che ha la forma di un Sì, un mese, un mese di cui ogni giorno è un anno. E a lungo sei rimasta per me evanescente come un albero che produca soltanto ombra. E un giorno ci siam guardati nel mezzo della nostra vita, Elisabetta! E ho visto le prime rughe sulla tua fronte e attorno ai tuoi occhi. E, come nel giorno del nostro matrimonio ci siamo stretti e presi, non più nell’allegria, ma nella tenerezza e nella compassione e nella pietà della nostra fede reciproca»[24].
4. Notazioni conclusive
Il percorso svolto si spera possa aver lasciato trasparire qualche raggio della verità dell’amore umano, che illumina la vita e le imprime una nuova direzione, dischiudendo il cammino a Dio, come accadde al Sommo Poeta nell’incontro con Beatrice, secondo le parole di Benedetto XVI:
«Nell’amore, l’uomo è “ricreato”. Incipit vita nova, diceva Dante (Vita Nuova I,1), la vita della nuova unità dei due in una carne. Il vero fascino della sessualità nasce dalla grandezza di questo orizzonte che schiude: la bellezza integrale, l’universo dell’altra persona e del “noi” che nasce nell’unione, la promessa di comunione che vi si nasconde, la fecondità nuova, il cammino che l’amore apre verso Dio, fonte dell’amore»[25].
[1] R.M. Rilke, Lettera a un giovane, Qiqajon, Magnano 2015, 103-104.
[2] W. Shakespeare, Romeo e Giulietta, II,3.
[3] R. Bacchelli, Il Mulino del Po, Vol. II, Mondadori, Milano 2015, 443-444.
[4] J. Kerouac, Sulla strada, Mondadori, Milano 2010, 135.
[5] L. Giussani, Il senso religioso, Rizzoli, Milano 1997, 37-41.
[6] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 20, a. 1, ad 3 «Amor est vis unitiva et concretiva».
[7] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 20, a. 2 «In hoc enim praecipue consistit amor, quod amans amato bonum velit».
[8] Benedetto XVI, Deus caritas est, 17.
[9] L. Giussani, L’attrattiva Gesù, BUR, Milano 2001, 29.
[10] P. Claudel, La scarpina di raso VII.
[11] X. Lacroix, Le culte de l’émotion, Flammarion, Paris 2001.
[12] Apollonio Rodio, Le argonautiche III, 442-445; 451-452; 456-460.
[13] C. Baudelaire, Al lettore, in Id., I fiori del male, BUR, Milano 1998, 45-46: 45.
[14] A. Moravia, La noia, Bompiani, Milano 1960.
[15] A. Makine, Il libro dei veri amori eterni, Einaudi, Torino 2012, 89s.
[16] L. Giussani, Si può vivere così?, Rizzoli, Milano 2007, 278.
[17] Tertulliano, Ad uxorem, 1,1.
[18] L. Giussani, Si può vivere così?, 267-268.
[19] O.V. Milosz, Miguel Manara, II.
[20] G.K. Chesterton, Le avventure di un uomo vivo, in Id, Opere scelte, Casini, Firenze 1956, 353-507: 506.
[21] A. Manzoni, I promessi sposi, Garzanti, Milano 2011, 513.
[22] L. Giussani, Cosa c’entra con le stelle?, in Id., Avvenimento di libertà, Marietti 1820, Genova 2002, 119-140: 130-131.
[23] Benedetto XVI, Festa delle testimonianze. Intervento del Santo Padre Benedetto XVI, Parco di Bresso, sabato 2 giugno 2012.
[24] P. Claudel, L’annuncio a Maria I,1.
[25] Benedetto XVI, Discorso del Santo Padre Benedetto XVI ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, Sala Clementina, Venerdì 13 maggio 2011.
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