San Giovanni Paolo II e la verità dell’amore: un nuovo inizio

Stanisław Grygiel

Stanisław Grygiel*

“La vita cambia solo nell’istante in cui l’uomo incontra la persona che lo conduce fuori della solitudine e che egli stesso a sua volta conduce fuori di sé”.

Il mondo occidentale invecchia perché ha paura di rinascere, ha paura di iniziare una nuova vita. La paura di una nuova vita gli fa disprezzare e calpestare i matrimoni, le famiglie, le nazioni e la Chiesa, perché è entrando in queste comunioni che gli uomini nascono e rinascono. Non è facile cogliere la verità del rinascere. Persino il grande dotto d’Israele, Nicodemo, non riusciva a comprenderlo. Lento a capire l’importanza della domanda chi sia l’uomo, l’Occidente perde l’idoneità a rinnovare “come aquila la sua giovinezza” (Sal 103, 5). Gli uomini formati dalle ideologie postmoderne non aspettano nessuno, perché credono che nessuno li aspetti. Resi incapaci di vivere l’evento della verità dell’amore che accade tra le persone, non vivono l’esperienza morale e, di conseguenza, cadono nella miseria della solitudine e della sterilità. Non attingendo più la linfa dalla Verità dell’Amore che è Dio, il mondo postmoderno commette selfabortion.

Stanisław Grygiel

Il postmoderno, fondato sull’errore antropologico e teologico del principio marxista che “la praxis umana decide della verità”, ha offuscato il cuore di tanti uomini, persino di Chiesa, tanto da deviare il loro desiderio di conoscenza della verità. Le loro domande non sono quelle fondamentali, cui la risposta sempre ad-viene come un dono. Perciò essi non predicano più la nuova vita da accogliere alla fine della vita nel tempo. Parlano, infatti, del “mondo nuovo”, che è già vecchio in quanto giustificato dalle ideologie di cui si servono i padroni del mondo. Gli uomini dell’errore antropologico e teologico riducono l’accoglienza ad un termine economicamente e politicamente calcolato, lontano dal messaggio della salvezza. Di conseguenza non hanno la forza di dire “No!” in difesa degli altri, prima di tutto di quelli che sono sotto la minaccia dell’aborto e dell’eutanasia. Mancando il cuore e l’intelletto, non vedono che la verità dell’uomo può essere vista e vissuta soltanto nell’amore. Vedono molto bene invece i propri interessi e cercano di conseguire i successi politici ed economici, che per loro funzionano come principi dell’ermeneutica della vita umana. Essi credono che la vita nuova e l’amore nuovo inizino nel loro cogitare-velle, nella ragione calcolante (ratio), e non invece nel cuore e nell’intelletto (intellectus) che legge ciò che vede. Di conseguenza, affermano che la verità è da creare e non invece da conoscere. Il loro razionalismo antintellettuale deforma, anzi distrugge, l’esperienza morale in forza della quale l’uomo sceglie pulchritudinem veri et boni oppure turpitudinem falsi et mali.

Dal punto di vista della metafisica, la vita nuova inizia continuamente nell’atto della creazione, in cui Dio in ogni istante chiama l’uomo ad esistere dal nulla. Consapevole di essere qualcuno che senza interruzione viene donato a se stesso, a sua volta l’uomo cerca qualcuno cui donarsi per essere se stesso, cioè per essere dono. Anche su questo piano puramente antropologico la vita inizia ogniqualvolta l’uomo, consapevole di essere dono, realizza il carattere missionario della propria persona, si offre ad un’altra persona e vive insieme con lei l’evento dell’amore. In quest’evento si rivela e si compie la verità della persona umana. In quest’evento le persone rinascono. Nello stesso tempo scoprono, però, di non avere trovato l’una nell’altra il riposo desiderato dai loro cuori. Anzi, appartenendo l’una all’altra, sentono ancora più ardentemente di appartenere ad un’altra Persona, che insieme devono cercare, piene della speranza di poter iniziare in Lei quella vita cui sono orientate nel Principio. Questa Persona le trascende, è sempre un poco più lontano, ma sempre ad-viene.

Nel continuo ad-venire della Trascendenza l’uomo inizia continuamente la vita nuova. Rinasce. È sempre giovane. Invecchia invece quando cade nella menzogna, lasciando che la Trascendenza cada nell’oblio. Ringiovanisce chi sceglie di vivere nella verità, cioè in adaequatione personae cum persona. Invecchia invece chi sceglie di vivere in adeaquatione cum proprio cogitare-velle. Scegliendo la solitudine, a questi non rimane che seguire rationem calcolantem.[1] Si serve dei numeri trovati nella ragione calcolante, come i Romani si servivano dei calculi, sassolini, per calculare la quantità di ciò che possedevano. Dalla quantità di calculi, cioè di sassolini, che oggi sono stati sostituiti dai lingotti d’oro, dipende il potere, che come questi lingotti passa di mano in mano senza cambiare la vita dell’uomo.[2]

La vita cambia solo nell’istante in cui l’uomo incontra la persona che lo conduce fuori della solitudine e che egli stesso a sua volta conduce fuori di sé. Nelle persone che escono dalla solitudine e camminano verso la terra indicata loro dall’evento dell’amore avviene l’epifania della verità. Affascinato dalla sua bellezza, l’uomo scopre la propria appartenenza alla verità promessa.

“Ogni istante si apre al tempo intero / scavalca se stesso / e tu trovi un seme d’eternità”[3]

Ogni momento dell’essere dell’altra persona è però così bello che, pur non essendo che un qualcosa trafitto da un raggio della Bellezza del Sole, può abbagliare l’uomo tanto da fargli cercare di restarvi. Restare accanto al raggio di luce e non salire più verso la sua Sorgente significa tradire se stessi. Il tradimento fa invecchiare il traditore.

Il tradimento di sé risulta dalla corruzione del cuore umano che, allontanato dalla retta via, fa una falsa ermeneutica del proprio desiderio. Cerca di fermare l’istante che, pur passeggero, lo affascina. L’uomo dal cuore corrotto ruba se stesso alla Trascendenza, alla quale appartiene, e crede di essere unico, assoluto padrone del proprio essere e, di conseguenza, del proprio agire, cioè del proprio amare e del proprio conoscere, secondo la massima della metafisica: Agere sequitur esse. L’amore deviato e la conoscenza altrettanto deviata mettono l’uomo al posto di Dio. Per questo amor sui usque ad contenmptum Dei. Dio è superfluo. Non cessa, però, di tormentare l’uomo, che in questo o in un altro modo grida con il Faust di Goethe:

“Werd ich zum Augenblicke sagen: / Verweile doch, du bist so schőn! / Dann magst du mich in Fesseln schlagen, / Dann will ich gern zugrunde gehen! / Dann mag die Totenglocke schallen.”

“E s’io dirò mai al fuggevole istante: / «Oh, tu se’ bello! dura, tu sei sì bello!» / allora tu mi cingerai di catene; / allora io inabisserò teco volentieri; allora la campana suoni a morte”[4].

L’istante che passa, fosse anche il più bello, finisce nella delusione. Anche la persona più bella ridotta ad un istante delude. L’istante bello, non vissuto come evento del riflettersi della Bellezza ad-veniente, finisce col coprire la terra di tenebre.

Le più grandi tenebre coprono la terra quando gli uomini, affascinati dal bello dell’istante vissuto nella differenza sessuale che unisce l’uomo e la donna, si rinchiudono nella solitudine a due, staccandosi dalla differenza ontologica che li unisce con il Terzo che è il loro Creatore. Smarriti metafisicamente nell’universo, si usano l’un l’altro e poi si rigettano. Colui che nega il Sole nega anche i suoi raggi.

All’uomo staccato dalla verità non rimane che la ragione calcolante, che dà inizio non alla vita nuova ma ad una nuova combinazione dei sassolini (calculi) tenuti nelle mani. La nuova vita ad-viene con la Trascendenza come un dono. La vita nuova non è da calcolare. Essa esige dall’uomo la memoria che è in ascolto della voce della Trascendenza ad-veniente. In mancanza di questa memoria della Trascendenza, la vita dell’uomo degenera nella pura economia e politica dei due contro il terzo. Colui che non si affida alla verità, la cui aurora spunta nelle comunioni delle persone, si affida al vento delle opinioni. È proprio di questo che parla Platone nel racconto del mito della caverna.

La memoria in ascolto, ricordando all’uomo da dove egli venga, gli indica la casa alla quale egli appartiene e deve ritornare. Solo nel cammino di ritorno al luogo in cui la sua vita ha avuto inizio l’uomo impara se stesso, entrando continuamente in una vita nuova. Ascoltando la voce che gli giunge dal Principio, vive l’esperienza morale, cioè sceglie di vivere in modo adeguato alla memoria in ascolto oppure, cercando di cancellarla, tradisce se stesso e gli altri. Il tradimento lo costringe ad improvvisare la vita. Dimentico della casa da cui proviene, dimentico della Trascendenza del Principio e della Fine, segue le opinioni che circolano all’intorno ogni volta quali ultima ed unica voce della verità. Assomiglia ad una ragnatela che il vento sbatte dall’uno all’altro cespuglio. Cambiano le situazioni mentre lui rimane sempre la stessa “ragnatela”, perché la nuova vita proviene non dalle nuove situazioni e dalle opinioni che le formano, ma dalle persone incontrate e dall’ascoltare assieme a loro la Trascendenza che le pervade con il raggio della sua Bellezza. La vita nuova non avviene nel cogito-volo che non arriva all’Alterità della Trascendenza ma non fa che calcolare i sassolini nelle diverse situazioni. L’uomo che tradisce se stesso e gli altri non risorge, perché non ha dove risorgere.

Interrogato da una donna di fronte alla gente che urla ostilmente contro Cristo, se sia anche lui suo discepolo, Pietro si spaventa a tal punto da aggrapparsi alla pura ragione calcolante e, negando il proprio cuore e il proprio intelletto, le risponde: “Non Lo conosco!” (Mt 26, 72). Calcola la situazione in cui versa e si adegua alla propria paura. Nega la verità alla quale appartiene. Nega dunque se stesso. Si ferma nel cammino del ritorno alla casa. Cristo, però, essendo Amore e non invece noesis noeseos (Aristotele), cioè Pensiero che pensa soltanto se stesso, non l’ha dimenticato. Egli guarda Pietro e vede la misera persona che ha tradito se stessa. Nelle lacrime amare di Pietro avviene un nuovo incontro e in esso inizia la “storia” di un nuovo amore. Pietro entra nella vita nuova.

Il Principio difende coloro che, ritornando ad esso, rinascono. Il Principio li difende contro la corruzione e la secolarizzazione, perché la memoria dell’uomo non contratta sul saeculum vede la vita non nella prospettiva di una generazione che gli antichi chiamavano saeculum, ma in quella dell’eternità della Trascendenza sempre ad-veniente. L’uomo il cui lavoro trascende il saeculum crea soprattutto di se stesso un’opera d’arte. La sua memoria in ascolto assomiglia alla Mnemosyne (Memoria), madre delle muse dai Greci elevata alla dignità propria degli dei. La poesia si ritira dalle società secolarizzate che hanno perso la loro Mnemosyne.

Ogni opera d’arte si ricava dalla duttilità (alcuni filosofi direbbero “dalla fatticità”) della materia, per esempio del marmo, dei colori, dei suoni e così via. L’uomo che esiste poeticamente ricava dalla duttilità della materia del proprio essere l’opera d’arte tratteggiatavi dal Creatore che “opera sempre” (Gv 5, 17). Ritrova le forme già presenti nel creato fin dal Principio e le pone in rilievo così che parlino della Bellezza eterna in un modo sempre umano ma ad Essa sempre più vicino.

Trafitta dal raggio della Trascendenza divina, la memoria in ascolto induce talvolta l’uomo ad adorare se stesso nel modo che si deve soltanto a Dio. Allora l’uomo estrapola la propria esperienza estetica così da renderla un’ideologia del cosiddetto estetismo, in cui è convinto di trovare le soluzioni non solo delle questioni morali, ma anche di quelle fondamentali sul senso della vita. Il culto di sé costruisce le leggi morali e l’etica. Il culto dell’homo faber trasforma la cultura dell’uomo nella sua produttura. Tale culto, tale cultura.

Allora i grandi poeti, la cui memoria ha carattere profetico, suonano l’allarme. Quando udite la loro campana, per dirla con il poeta inglese John Donne, non chiedete per chi stia suonando, perché essa suona per voi, essa suona per noi tutti. Nonostante tutto, i grandi poeti sperano contra spem di poter risvegliare nella gente, anche in quella postmoderna, la memoria in ascolto. Totalmente presi dal contrarre l’uomo al saeculum, gli ideologi non comprendono i poeti e i mistici.

Gli uomini che coltivano in se stessi l’umanità secondo la memoria non ristretta al tempo non si ribellano mai. Colui che è se stesso non è mai contro gli altri. Egli non è né schiavo né padrone. Il suo “Sì” e il suo “No!” suonano come la campana che chiama gli uomini al culto del vero Dio o a difendere se stessi contro gli uomini della menzogna, che stanno ante portas o addirittura in portis della cultura.

Trafitta dalla realtà escatologica, la memoria in ascolto si ricorda prima di tutto delle persone. Essa impone all’uomo l’obbligo di essere presente a quelle persone che gli sono presenti. Esse ascoltano lui ed egli ascolta loro. La reciproca presenza delle persone che ascoltano l’una l’altra le apre alla nuova vita dell’una nell’altra. Il progresso dell’umanità consiste nel risorgere della persona nell’altra persona e non invece nel cambiare le strutture istituzionali nelle quali funziona la società. La rinascita accade come dono atteso, eppure ogni volta sorprendente. Perciò rinascono le persone stupite l’una dell’altra. Il loro stupore “sarà tutto il contenuto dell’eternità”[5].

Nello stupore inizia la nuova vita delle persone e in esse inizia anche la nuova vita delle comunioni come i matrimoni, le famiglie, le nazioni e la Chiesa. Queste comunioni nascono infatti nelle persone che, nello stupore destato dalla bellezza della verità e del bene (verum, bonum et puclhrum) che avviene tra di loro per essere conosciuta ed amata, si ricordano del Principio e della Fine e ascoltano la Parola con la quale il Creatore si rivolge a loro. Lo stupore muove le persone che vivono in questa memoria in ascolto non al fare qualcosa di meglio e di più ma all’essere più presenti l’una all’altra. La mancanza dello stupore frantuma allora sia le persone che le loro comunioni. Cancella infatti la loro memoria in ascolto. Le fa vivere spensieratamente secondo gli interessi del momento e non secondo la domanda fondamentale sul senso della vita, la domanda in cui si esprime proprio questo stupore e che è sorretta dalla loro speranza d’esser raggiunte dalla risposta desiderata ed attesa. Gli uomini spensierati, privi cioè della domanda fondamentale, corrono dietro panem et circenses e per ottenerlo consegnano la volontà nelle mani dei padroni, dai quali dipendono gli agi della loro vita mercenaria.

***

La vita della persona è un racconto epifanico dell’amore nel cui bello l’uomo nasce e rinasce. La vita inizia nell’amore e nell’amore si compie. Non comprenderà mai la nascita e la rinascita della persona chi la guarda soltanto alla luce delle scienze esatte che s’interessano del funzionamento del corpo dell’uomo. La persona è Amore (Dio) o diventa amore (l’uomo). Comprenderà la nascita e la rinascita della persona soltanto colui che le guarda alla luce della Tradizione divino-umana dell’amore. Solo in questa Tradizione si rivela l’Actus purus amoris e la sua presenza creativa e salvifica dell’uomo nella storia di ognuno di noi. La Tradizione divino-umana dell’amore non è da analizzare e da raccontare accademicamente. Chi vuole conoscerla deve entrare in essa e farvi apprendistato dai poeti e dai mistici. Alla fine, deve fare apprendistato da quell’Amore che è il Dio vivente. La verità dell’amore, e quindi la verità della vita nuova, si lascia intravvedere soltanto da quelli che la cercano alla luce dell’Inizio e del Compimento del proprio essere dono agli altri. Le parole del poeta T. S. Eliott ci aiutano a comprendere il mistero della vita nuova: “Ciò che noi chiamiamo principio è spesso la fine / e finire è cominciare / la fine è il punto da cui noi iniziamo”[6].

La persona che confessa all’altra persona: “Io sono te e tu sei me!”, le confessa perciò non solo l’istante iniziale del proprio diventare amore, ma anche l’istante finale del compimento di questo amore. Colui che dice all’altra persona: “Io sono te e tu sei me!”, le confessa il loro reciproco mettere le radici l’una nell’altra, ciò che rende loro possibile attingere la linfa per il loro amore dall’Amore che è Dio. In virtù di quest’attingere “l’acqua viva” dalla Sorgente del Dio vivente si promettono l’una all’altra l’amore per sempre. Si promettono la fedeltà che è propria di Dio.

Lo stupore provocato dall’altra persona e la confessione di se stesso sono a volte così intensi che l’uomo vuole fermare l’istante in cui li vive perché gli sembra che l’amore sia già compiuto (Verweile doch, du bist so schőn!). Ma anche pieno d’amore, l’istante nel tempo non è l’eternità. Eternità è solo lo stupore di Dio che nel Principio guarda la Sua opera d’arte che è l’uomo, perché Egli la vede nel Principio che è la Fine; l’uomo invece, vivendo nel tempo, vede se stesso nel tempo costituito dalla successione degli istanti che passano, mirando alla Fine che è nel Principio. In tutti questi istanti l’uomo deve vivere lo stupore “a immagine e somiglianza” dello stupore divino nell’eternità. Proprio per questo la vita divina è sempre nuova, mentre la vita dell’uomo deve rinnovarsi. Quando l’uomo confessa se stesso alla persona che l’affascina non le confessa mai pienamente se stesso e il suo stupirsi di lei. Qualcosa d’inconfessato rimane sempre in lui. Ogni confessione del suo amore ha bisogno di un’altra confessione più completa. Creare l’opera d’arte della sua vita significa allora prepararsi a quell’ultima confessione che accadrà, glielo dice la speranza, nell’istante della morte che sarà il suo ultimo atto. Per poter compiere quest’ultimo atto l’uomo deve resistere alla tentazione di supplicare questo o quell’altro istante di arrestarsi per sempre.

La rinuncia alla vita nuova per rimanere fermo in un istante, sulla cui porta si leggono le parole: “Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”[7], illude l’uomo, perché lo rinchiude nella vita in cui sarà vecchio per sempre. Vivrà fuori della Tradizione del creare le opere d’arte che sono le persone. Tarpare a se stesso le ali d’aquila significa cadere nel suicidio della persona.

Chiuso negli istanti fondati nel nulla, il postmoderno cade nel caos provocato dal non attendere la Trascendenza ad-veniente. Gli sforzi economici e politici di fondare gli istanti nel nulla non sono orientati all’Amore in cui è il Principio e la Fine della Vita dell’uomo. L’economia e la politica del postmoderno allontanano l’uomo dall’amore nel cui dramma si lascia intravedere il finale della vita, cioè il suo compimento nel dono pienamente disinteressato. Questo donarsi introdurrà l’uomo nell’istante della giovinezza eterna propria della vita nuova.

“L’uomo postmoderno ringiovanirà a condizione di rientrare nella poesia del dramma dell’amore che inizia nell’atto della creazione dell’uomo come maschio e femmina. È tra di loro che inizia la storia drammatica dell’arte d’amare”.

La verità dell’amore e della vita nuova s’avvicina all’uomo nel suo lavoro in cui egli, facendo qualcosa per gli altri, crea se stesso come un’opera d’arte che non ha alcuna utilità. L’opera d’arte è sufficiente che ci sia. La sua presenza inutile svela la pura Bellezza, riflessa nel lavoro dell’uomo compiuto “a immagine e somiglianza” del lavoro di Dio che “opera sempre” (Gv 5, 17) senza alcun interesse. L’opera d’arte non invecchia mai. È sempre giovane.

L’uomo postmoderno ringiovanirà a condizione di rientrare nella poesia del dramma dell’amore che inizia nell’atto della creazione dell’uomo come maschio e femmina. È tra di loro che inizia la storia drammatica dell’arte d’amare. A questa storia si riferiscono tutte le storie dell’amore come ad un paradigma che permette di vedere la loro rettitudine o la loro malvagità. Ogni uomo si dona però agli altri nel modo irrepetibile, pensato nell’atto della creazione. Sbagliano quelli che inventano metodologie dell’esistere poetico sulla terra. “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rm 11, 33). Nessuno dirige lo Spirito di Dio – dice il profeta Isaia -, nessuno è Suo consigliere, nessuno Gli insegna il sentiero della giustizia e della prudenza (cfr. Is 40, 13-14). C’è solo un Creatore dell’art poétique e tutti gli angeli e gli uomini esistono poeticamente nella misura in cui Lo ascoltano e seguono la Sua Parola. L’art poétique del dramma dell’esistere poeticamente sulla terra ridesta nell’uomo la memoria in ascolto che agisce nell’adorazione di Dio. È sul culto di Dio che si fonda la cultura dell’uomo. Tale culto, tale cultura. Il culto deviato fa deviare la cultura. Dalla qualità dell’ideale dipende la qualità della vita. Il mondo postmoderno ha bisogno delle lacrime amare effuse soprattutto dagli uomini di Chiesa.


* Stanisław Grygiel è Docente emerito di Antropologia filosofica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II a Roma. Dal 2004 è Direttore della Cattedra Karol Wojtyła presso il medesimo Istituto. Nato in Polonia, negli anni ’60 ha proseguito il dottorato in filosofia presso l’Università Cattolica di Lublino sotto la direzione di Karol Wojtyła. Negli anni 1963-1980 è stato direttore del mensile Znak di Cracovia, e negli anni 1970-1980 è stato docente di filosofia alla Pontificia Accademia Teologica di Cracovia. È co-fondatore del trimestrale Il Nuovo Areopago, di cui è stato caporedattore fino al 2002. Dal 1980 vive a Roma. 

[1] La parola ratio deriva dal verbo latino reor, reri, ratum, che significa calcolare.

[2] La mia riflessione non toglie nulla ai meriti degli uomini la cui grande scienza sul funzionamento delle cose di questo mondo serve a produrre cose utili.

[3] Karol Wojtyła, “La Redenzione cerca la tua forma per entrare nell’inquietudine di ogni uomo”, in: “Tutte le opere letterarie”, Milano 2001, p. 153.

[4] J. W. Goethe, “Faust”, v, 1699-1703. “E s’io dirò mai al fuggevole istante: «Oh, tu se’ bello! dura, tu sei sì bello!» allora tu mi cingerai di catene; allora io inabisserò teco volentieri; allora la campana suoni a morte”.

[5] Karol Wojtyła, “Canto del Dio nascosto”, in: “Tutte le opere letterarie”, Milano 2001, p.47.

[6] T. S. Eliott, “Quattro Quartetti”.

[7] Dante Alighieri, “La Divina commedia. Inferno”, III, 9.

 

 

 

 

 

 

 

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Stanisław Grygiel (1934-2023) è stato Docente emerito di Antropologia filosofica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II a Roma. Dal 2004 al 2022 è stato Direttore della Cattedra Karol Wojtyła presso il medesimo Istituto. Nato in Polonia, negli anni ’60 ha proseguito il dottorato in filosofia presso l’Università Cattolica di Lublino sotto la direzione di Karol Wojtyła. Negli anni 1963-1980 è stato direttore del mensile Znak di Cracovia, e negli anni 1970-1980 è stato docente di filosofia alla Pontificia Accademia Teologica di Cracovia. È co-fondatore del trimestrale Il Nuovo Areopago, di cui è stato caporedattore fino al 2002. Dal 1980 viveva a Roma.

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